Felicità come Piacere – Gabriele D’Annunzio

LA FELICITA’ COME PIACERE

Secondo molti filosofi, la felicità consiste essenzialmente nel piacere legato ai sensi. Questa posizione è in genere legata a una concezione materialistica dell’uomo, per cui egli si risolve interamente nel suo essere fisico, nel corpo. L’anima è strettamente legata al corpo e dunque è mortale. Tuttavia, all’interno di questa concezione, è necessario distinguere almeno due varianti distinte. Da un lato l’edonismo (dal greco hedoné, piacere), secondo il quale il piacere è uno stato positivo da ricercare attivamente, è “un moto lieve dei sensi” da rinnovare continuamente. Dall’altro lato, il piacere viene inteso come serenità d’animo, assenza di turbamento e di dolore. La posizione di Epicuro è particolarmente rappresentativa di questa seconda tendenza. Secondo Epicuro, il piacere non è sempre bene di per sé. Alcuni piaceri, infatti, possono turbare l’animo, o perché troppo violenti, o perché durano poco e il loro venir meno provoca dolore. Sarà allora necessario fare un calcolo dei piaceri, sotto la guida della ragione, in modo da scegliere quelli stabili, quelli facilmente raggiungibili, quelli che non provocano dolore futuro e che non privano di piaceri maggiori. Ad esempio, mangiare e bere smodatamente può per alcuni essere un piacere. Se però analizziamo le conseguenze negative sulla forma fisica e sulla salute, ci rendiamo conto che a lungo andare tale piacere provoca dolore, e dunque è saggio astenersene.

NELLA POESIA:

E’ più facile che i poeti si siano soffermati sul dolore, la tristezza e la malinconia che sul piacere. Sembra, dunque, che abbia ragione Leopardi, quando afferma: “uscir di pena / è diletto tra noi”, assegnando al piacere la sola valenza negativa dell’assenza dell’affanno connesso con il vivere. Certamente la posizione leopardiana esprime una visione dolorosa della vita, che tuttavia include la ricerca della felicità, promessa all’uomo dagli dei e per lo più disattesa. In questa che appare al poeta più profondo dell’Ottocento italiano la condizione umana, è presente tuttavia la ricerca di un bene che possa alleviare il dolore di vivere.

D’Annunzio la descrive nell’ebbrezza erotica, a cui il protagonista del romanzo Il piacere, Andrea Sperelli, si abbandona. Proprio all’interno dello stesso piacere sorge qualcosa di amaro che angustia in mezzo alla gioia: per il protagonista del romanzo è l’inquietudine di una prossima fine della sua relazione a turbare il godimento completo di un sogno lungamente accarezzato.

GABRIELE D’ANNUNZIO

LA VITA:

Gabriele D’Annunzio visse la propria vita con il preciso intento di farne un’opera d’arte. La vita fu così per lui creazione e finzione.

Nacque a Pescara il 12 marzo 1863 in una ricca famiglia borghese. Nel 1879 pubblicò la sua prima raccolta poetica, “Primo vere”, di evidente ispirazione carducciana: aveva solo 16 anni, ma si era già distinto per la precoce vocazione poetica. In realtà, più che agli studi, che mai terminerà, si dedicò al giornalismo mondano, trasformandosi in un dandy raffinato, cioè colui che è dominato da un desiderio sfrenato di bellezza e cerca in tutti i modi di fare di sé un’opera d’arte e un mito.

Una buona accoglienza di critica ottennero le due raccolte pubblicate nel 1882 “Canto Novo” e “Terra Vergine”.

D’annunzio era ormai un personaggio pubblico che abilmente alimentava la sua fama attraverso la pubblicizzazione di amori prestigiosi quanto scandalosi. Il più noto fu quello per l’attrice Eleonora Duse, molto più grande di lui, alla quale fu legato dal 1897 al 1904. Da ricordare anche il matrimonio con la duchessina Maria Hardouin di Gallese che fu celebrato nel 1883 dopo una

romantica fuga d’amore interrotta dalla polizia. Ma neppure il matrimonio, dal quale nacquero tre figli, interruppe le sue numerose e rocambolesche avventure erotiche. D’Annunzio, inoltre, viveva costantemente al di là delle sue possibilità economiche: l’attività editoriale e giornalistica gli assicurava sempre buone entrate ma perennemente maggiori erano le spese necessarie al mantenimento di un tenore di vita estremamente elevato. Per mantenere vivo l’interesse del pubblico viveva come un divo o come un principe, circondato da servitori, opere d’arte e oggetti di lusso scrupolosamente custoditi nell’Officina: si tratta del suo studio nella casa del Vittoriale, una stanza che spicca per la sua luminosità e per la razionalità degli arredi e  vi si accede attraverso una porta bassa, che costringe chi entra a chinare il capo come gesto d’umiltà.

Dal punto di vista artistico, D’Annunzio assimilò tutte le novità della cultura europea, dai simbolisti francesi, in particolare Baudelaire e Verlaine, ai narratori russi, dal Verismo italiano al superomismo di Nietzsche, tutti elementi che ritroviamo come costitutivi della sua vastissima produzione.

Nel 1889 pubblicò il romanzo “Il Piacere”, seguito da “L’Innocente” (1892), “Elegie Romane” (1892), “Il trionfo della morte” (1894), “Le Vergini delle rocce” (1896), “Il Fuoco” (1900). La più alta stagione poetica coincise con la pubblicazione, nel 1903, dei primi tre libri delle “Laudi del cielo del mare e della terra”: Maia, Elettra, Alcyone.

Al 1899 risale il suo progressivo avvicinamento al mondo del teatro, che inaugura con la composizione dei drammi “La città morta” e “La Gioconda” per poi proseguire con la tragedia pastorale “La figlia di Iorio” del 1904. Da sottolineare l’incontro con Wagner, dal quale trae l’ideale della fusione delle arti (Wort Ton Drama).

L’interesse per il teatro coincideva con quello per la politica: D’Annunzio era infatti convinto che l’attività politica consistesse essenzialmente nella capacità di influenzare le masse e che il teatro fosse il genere letterario per farlo. La carriera politica iniziò nel 1897, quando fu eletto deputato alla camera e sedette nei banchi dell’estrema destra, ma dopo una prima partecipazione appassionata, nel corso del primo decennio del Novecento, si allontanò progressivamente dalla politica attiva.

Durante un soggiorno-esilio in Francia, dove si era rifugiato per sottrarsi ai numerosi creditori, il poeta vide nello scoppio della Prima guerra mondiale l’occasione per tornare in Italia da protagonista. Il 5 maggio 1915 a Quarto, con l’Orazione per la sagra dei Mille, schierandosi con il movimento nazionalista, iniziò un’accesa campagna per l’intervento italiano in guerra.

Quando l’Italia entrò nel conflitto D’Annunzio, nonostante i suoi 52 anni, si arruolò volontario, combattendo una “sua” guerra, fatta di gesti valorosi volti ad accrescere la sua fama e avvicinarsi sempre più alla figura del mito. Nel 1916, in seguito ad una ferita dovuta ad un ammaraggio aereo di fortuna, perse l’occhio destro ed è a questa data che risale la fase notturna del poeta, caratterizzata da una produzione interiore dove si spoglia della dimensione superumana e mostra la sua vera personalità. Nel 1921 compose “Notturno”, utilizzando delle sottili strisce di carta contenenti una sola riga ciascuna per scrivere nelle condizioni di completa oscurità, inserendo una serie di ricordi e di riflessioni sulla letteratura, in cui è ben evidente la frammentarietà della scrittura. Nel 1919 organizzò un clamoroso colpo militare, guidando una spedizione di “legionari” all’occupazione della città di Fiume, che le potenze alleate vincitrici non avevano assegnato all’Italia. Con questo gesto D’Annunzio raggiunse l’apice del processo di edificazione del proprio mito personale e politico. A porre fine  all’avventura fiumana fu il trattato di Rapallo del 12 novembre 1920 con il quale Fiume venne dichiarata città libera. D’Annunzio non accettò l’accordo e il governo italiano, il 26 dicembre 1920, fece sgomberare i legionari con la forza. Deluso dall’esperienza di Fiume, il poeta si ritirò a Gardone (Brescia), sul lago di Garda, dove fece ristrutturare e arredare lussuosamente, a spese dello Stato, una villa che chiamò Vittoriale degli italiani, una specie di museo aperto al pubblico. Qui D’Annunzio visse malinconicamente i suoi ultimi anni ricoprendo il ruolo di poeta-vate; morì il 1° Marzo 1938 a seguito di una emorragia celebrale.

LA POETICA:

La poetica dannunziana è l’espressione più appariscente del Decadentismo italiano.

Dei poeti «decadenti» europei D’Annunzio accoglie modi, forme, immagini, con una capacità assimilatrice notevolissima; quasi sempre, tuttavia, senza approfondirli, ma usandoli come elementi della sua arte fastosa e portata a un’ampia gamma di sperimentazioni. Per quest’ultimo aspetto lo si può avvicinare a Pascoli, anch’egli impegnato in una ricerca di nuove tematiche linguistiche.

Anche per D’Annunzio fu importante l’incontro col Simbolismo europeo, soprattutto francese e dei Simbolisti «minori».

Si può dire che egli aderì soprattutto alla tendenza irrazionalistica e al misticismo estetico, fondendoli con la propria ispirazione naturalistico-sensuale, ben evidente nelle sue prime raccolte poetiche e mai rinnegati.

In particolare D’Annunzio evidenzia:

a) un rigetto della ragione come strumento primario di conoscenza e fondazione di valori spirituali;

b) un abbandono alle suggestioni del senso e dell’istinto come mezzo per porsi in diretto contatto, inteso come unica conoscenza possibile, con le forze primordiali della vita. Nasce di qui quello che fu detto il panismo di molta poesia dannunziana:

1.  per un verso, un dissolversi dell’io (il suo farsi forma, colore, suono, l’immergersi totale nelle cose, dietro la suggestione dei sensi e dell’istinto);

2.  per un altro verso, una nuova creazione della realtà in una luce di bellezza, coincidente con l’impeto inesausto della vita, con il moltiplicarsi costante delle forme davanti alla vigile «attenzione» del poeta.

La poesia diviene così per D’Annunzio scoperta dell’armonia del mondo; il poeta, a suo avviso, continua e completa l’opera della natura.

È questo, in sostanza, il nucleo primario dell’ispirazione dannunziana, evidente soprattutto nella poesia, da Primo vere alle ultime raccolte: spesso sommerso dall’enfasi, quando il poeta complica il suo naturalismo istintivo col desiderio di dire cose mai dette o di rivelare una sensibilità d’eccezione o di esaltare un proprio dominio creativo sulle cose. Abbiamo allora i falsi miti del barbarico, del primitivo, dell’erotismo, del proprio io, nelle due direzioni dell’estetismo o del superomismo. Si rivelerà quindi quella che il poeta chiamò la «quadriglia imperiale» della sua anima, cioè l’unione di voluttà e istinto, orgoglio e volontà. Il passaggio al superomismo è segnato dal romanzo “Il trionfo della morte” (1894), il cui protagonista non è più un eroe perdente o un malato, ma un superuomo.

IL PIACERE

BREVE SINTESI DELLA VICENDA NARRATA

Il romanzo racconta la vicenda umana di Andrea Sperelli, un eccentrico e aristocratico dandy, che vive circondato da oggetti lussuosi e particolari. Andrea giunge a Roma nell’ottobre 1884 dove, una sera di Novembre, a una cena, conosce la contessa Elena Muti, una giovane vedova. I due in breve si innamorano e vivono un’intensa relazione che dura fino al marzo 1885, quando Elenainaspettatamente, annuncia ad Andrea la sua intenzione di porre fine alla relazione e, senza un motivoapparente lo lascia e parte da Roma. Il giovane reagisce al brutto colpo ricevuto, dandosi ad una vita depravata alla ricerca disperata di un piacere sessuale, passando di donna in donna, cercando un particolare che rievocasse Elena in ognuna di esse. Dopo aver rischiato di morire a causa delle ferite riportate in un duello, sembra ricredersi e tentare di riacquistare una sorta di purezza morale.

Ma la situazione precipita nuovamente quando Andrea conosce e seduce la moglie di un ministro, Maria Ferres. La relazione con Maria viene vissuta da Andrea come una sorta di risarcimento per la perdita di Elena, tanto che finisce con il sovrapporre le due donne, al punto da rivolgersi a Maria chiamandola Elena. Questa, resasi conto della situazione, fugge inorridita, abbandonando l’amante.

Il romanzo si chiude con un Andrea Sperelli disgustato dalla propria viltà morale, che assiste impotente

alla messa all’asta dei beni di Maria, il cui marito è nel frattempo fuggito dopo averla lasciata in un mare di debiti.

I PERSONAGGI PRINCIPALI

ANDREA SPERELLI

Si presenta come una sorta di alter ego dell’autore ed è formato da 4 personalità: è ciò che D’Annunzio è e ciò che vorrebbe essere, perché impersona le sue esperienze effettive e quelle aspirate, e allo stesso tempo critica la sua falsità, scindendo il personaggio anche in ciò che è internamente e in ciò che dovrebbe essere.

E’ il protagonista della storia, attorno al quale ruota tutta la vicenda narrata nel romanzo. Da piccolo ha vissuto la separazione dei genitori, con la madre che ha preferito seguire l’amante piuttosto che occuparsi di lui. È cresciuto con il padre, che ne ha incoraggiato l’amore per l’arte e l’estetica, ma anche la propensione agli amori facili e alle avventure galanti. Così, diventato un giovane bello e ricercato, passa da una storia all’altra, per divertimento, senza nessun rimorso. Il suo cinismo nei confronti delle donne che frequenta è tale da fargli pensare minuziosamente e freddamente alle parole da dire, anche durante un incontro: per lui la seduzione e la conquista sono solo strategie per ottenere ciò che vuole da una donna. Quando però incontra Elena, al primo sentimento di volerla fare sua subentra qualcosa di nuovo, che gli farà perdere la testa sul serio; incontro dopo incontro, rimane incantato dalla bellezza di Elena, dal suo modo di fare, fino a innamorarsene. Il distacco fra i due è doloroso per Andrea, che riprende le sue antiche abitudini di seduttore per gioco e noia, con ancor maggiore cinismo. L’ultimo episodio di questa sua vita romana è un duello con un suo rivale, nel quale rimane gravemente ferito ed in pericolo di vita. Nella lunga convalescenza, trascorsa al di fuori dell’alta società romana, Andrea ha modo di riflettere sull’amore e sulla sua vita, in qualche modo capisce che ha commesso degli errori e sembra deciso a cambiare, quando incontra un’altra donna che gli pare ancora meglio di Elena, ed ancora più degna di essere amata: Maria. Le sue attenzioni verso di lei sono però del tutto diverse dal suo solito modo di fare: è molto più rispettoso, anche perché vede la donna come un esempio di purezza e spiritualità. Quando però la rivede, a Roma, ritorna a comportarsi come prima: questo a causa dell’amarezza che sente per Elena, che ha visto con il marito.    Andrea riesce a convincere Maria a concedersi a lui, ma mentre lo fa gli torna sempre di più alla mente Elena, che diventa un’ossessione; è veramente divorato dalla gelosia verso quel marito, che considera indegno di Elena, e si dimostra subito un personaggio ripugnante per i suoi pensieri. Alla fine, accade fatalmente che Andrea, dopo essersi recato a trovare Elena e consorte, chiami Maria con il nome della donna che è sempre nei suoi pensieri, e distrugge la loro storia. Il romanzo si chiude lasciando Andrea solo nei suoi pensieri.

ELENA MUTI

E’ una giovane vedova, molto bella e nota nell’alta società romana. Ricambia l’amore per Andrea, e per tutta la durata della loro breve storia è molto coinvolta. Poi inspiegabilmente decide di partire, lasciando Andrea sconsolato e soffrendo anche lei stessa. Quando ritorna a Roma, si è già risposata con un ricco Lord inglese, che chiaramente non ama. Dapprima illude Andrea con una visita e mezze parole che lasciano capire quanto in realtà lei lo ami e non abbia mai smesso di farlo, e soffra quanto lui; poi inizia a comportarsi cinicamente: lo evita, lo tratta male, quasi con disprezzo, addirittura ha un relazione con un conoscente di lui, e soprattutto non vuole avere più nulla a che fare con lui in qualità di amante. Questo suo comportamento crudele la renderà un’ossessione di Andrea, che in lei vede tutto quanto possa esistere di meglio al mondo, e desidera averla di nuovo tutta per sé.

MARIA FERRES

E’ la moglie del ministro di Guatemala, e conosce Andrea durante il periodo di convalescenza del giovane nella villa della cugina di lui. È molto religiosa, e legata alla famiglia, in particolare alla figlia Delfina, che rappresenta per lei la gioia più grande. All’inizio non s’interessa più di tanto ad Andrea, presa com’è dall’amica e dalla figlioletta, ma più passano i giorni più si sente inspiegabilmente inquieta ed attratta dalle parole del ragazzo. Cerca di farsi forza anche quando lui le confessa di amarla, ma alla fine è costretta ad ammetterlo: prima a se stessa, poi a lui. Tuttavia non intende avere un’avventura con lui, per amore della figlia soprattutto, e poi per la sua avversità a commettere quello che sarebbe un peccato. Maria è combattuta fra l’amore per il giovane, che la rende gelosa delle sue precedenti amanti e paurosa del suo passato, e questo suo senso della purezza e dell’onore: non ha mai tradito il marito, e non vorrebbe cadere in tentazione. Inoltre scopre che anche l’amica è innamorata di Andrea, e non sa più che posizione prendere. La donna non vede l’ora che il marito Manuel ritorni dai suoi affari, e la conduca a casa di sua madre, a Siena, dove spera di poter dimenticare Andrea. Evidentemente questo soggiorno non produce l’effetto sperato, perché quando ricompare, questa volta proprio a Roma, e rivede Andrea, tutto è come prima. Questa volta supera se stessa, accettando di avere una relazione con lui. Nella società romana, però, non si sente a suo agio: i fantasmi delle sue precedenti amanti le fanno temere che lui sia stato più felice un tempo che ora con lei, e in un certo senso ha la premonizione che metteranno fine alla loro storia. Inoltre, ha un nuovo dispiacere: il marito viene scoperto a barare durante una partita al circolo, si solleva uno scandalo che lo fa scappare, e lascia sulle sue spalle il peso della vergogna e l’umiliazione di dover vendere tutto quello che ha per soddisfare i creditori. Durante l’ultimo loro incontro, prima della partenza di Maria per Siena, Andrea la chiama “Elena”. Dopo questo episodio diventa gelida, e se ne va senza dire una parola, avendo avuto la triste prova che i suoi dubbi erano fondati.

STRUTTURA DEL ROMANZO

Nel Piacere, D’Annunzio affida il compito di raccontare gran parte della vicenda ad un narratore esterno, in terza persona singolare. Egli è un narratore onnisciente, sa tutto quello che è successo e che succederà, interviene ad integrare il punto di vista dei personaggi, spiega e puntualizza gli avvenimenti e si lascia andare addirittura ad anticipazioni e premonizioni. La narrazione prevale sui dialoghi che in tutto il romanzo sono abbastanza pochi, l’autore si abbandona a lunghe e minuziose descrizioni degli ambienti e degli stati d’animo dei personaggi. Il tutto è fatto utilizzando un registro decisamente aulico e molto elaborato. Il lessico è prezioso e ricercato e si adatta perfettamente all’ambiente aristocratico in cui si svolgono i fatti.

D’Annunzio predilige le forme arcaiche dei termini (imagine, romore, conscienza) e tronca molto spesso le parole (lor, volgevan, rendevan, riduzion, espansion).
Inoltre l’autore fa un costante utilizzo di riferimenti ad opere letterarie ed artistiche che danno un tono più elevato al romanzo e non mancano dei vocaboli in latino, francese ed inglese.

Infine va ricordato l’uso della tecnica del flashback, con la quale D’Annunzio apre il romanzo e che più avanti impiega per vitalizzare una narrazione piuttosto statica e per coinvolgere maggiormente il lettore nella ricostruzione degli avvenimenti stimolandone la memoria.

IL FUOCO

Pubblicato nel 1900, Il fuoco è un romanzo autobiografico, che descrive la complessa e tempestosa relazione di D’Annunzio con Eleonora Duse.

Protagonisti della vicenda narrata, che ha come seducente sfondo una regale Venezia, sono infatti “L’Imaginifico” Stelio Effrena, evidente alter ego dello scrittore pescarese, poeta, “anima appassionata e veemente”, che aspira a un’esistenza ricca e impetuosa, in cui arte e vita si fondano, e Foscarina, “la grande attrice tragica”, già avanti negli anni, incarnazione letteraria di Eleonora Duse.

Il loro amore vive di esaltazioni e di disperazioni, di armonie e di gelosie; la Foscarina rappresenta per il “superuomo” Stelio Effrena la musa ispiratrice, la carica vitale, la catalizzatrice della sua creatività artistica. Esalta la sua potenza spirituale e sensuale.

Tuttavia sul loro amore incombe la giovane cantante Donatella Arvale, dalla quale il poeta-superuomo si sente attratto. Di qui i dubbi, le amarezze, le disperazioni di Foscarina, sempre pronta al sacrificio per il suo più giovane amante.

Sulla scena veneziana compare inoltre un Richard Wagner vecchio e malato, modello da imitare per Stelio, che, nel contempo, avverte di esserne l’ideale continuatore dell’opera artistica.

Personaggio minore è Daniele Glauro, amico ed estimatore di Stelio, in grado di gioire della bellezza, ma non di crearla.

Tipica espressione del dannunzianesimo, Il fuoco si fa apprezzare per il linguaggio impiegato, ricco, duttile, preciso, lontano dall’odierna standardizzazione televisiva e per lo stile carico di metafore, visioni e  simboli, specchio di una cultura genuinamente classica.

Contrariamente ai critici più accreditati che apprezzano, nel romanzo, più la seconda parte che la prima, più i momenti di malinconia e di ripiegamento che non l’esaltazione dionisiaca, io ho trovato assolutamente travolgenti le prime cinquanta pagine del romanzo, che si distinguono per impeto, energia e anticonformismo.
C’è in D’Annunzio la capacità, abbastanza estranea alla tradizione letteraria novecentesca, di esprimere sentimenti “positivi”, quali  l’entusiasmo, la grandezza, la potenza. Lo fa talvolta con iperboli pacchiane, ma prevale quasi sempre, a mio giudizio, una visione ampia delle cose e della vita, tipiche dello scrittore di genio.

Una benefica, megalomane, narcisistica sfrenatezza attraversa il libro; le pagine di palpitante erotismo si alternano al dispregio dell’angustia dell’esistenza comune; soltanto il culto della Bellezza può vincere le miserie, le inquietudini e il tedio dei giorni comuni, il bisogno e il dolore.

Il superuomo dannunziano non è tuttavia sempre attività, baldanza, sicurezza; alla luce subentra spesso l’ombra, rendendocelo più umano e amabile.

Il romanzo, quando uscì, suscitò polemiche per quello che veniva considerato come un irriverente ritratto della Duse. Fu tuttavia la Duse stessa a difendere D’Annunzio dichiarando:
“… Conosco il romanzo e ne ho autorizzato la stampa, perché la mia sofferenza, qualunque essa sia, non conta, quando si tratta di dare un altro capolavoro alla letteratura italiana. E poi, ho quarant’anni… e amo!”

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